Il karategi, un salto indietro nel tempo
7 Febbraio, 2020 154 Visualizzazioni

Il karategi, un salto indietro nel tempo

Se riuscissimo a fare un salto indietro nel tempo, approssimativamente alla fine del 1800 per proiettarci a Okinawa, saremmo in grado di osservare antichi maestri, oramai leggende, mentre si allenano, magari potremmo vedere come si vestivano (il karategi) per praticare l’arte del karate.

In quel particolare periodo di sviluppo del karate come pure del judo, questi maestri forieri praticavano tali arti a torso nudo e con i soli slip.

Nel suo libro “lo spirito guerriero del Giappone”, E. J. Harrison spiega che anche gli allenamenti di judo avvenivano in pantaloncini corti e che spesso riportavano numerose escoriazioni, e solamente quando l’autore iniziò a praticare al Kodokan di Jigoro Kano cominciò a utilizzare i pantaloni.

Quello che noi genericamente oggi chiamiamo kimono (vestito) fu inserito dal M° Gichin Funakoshi in occasione della sua prima esibizione in pubblico.

Va detto inoltre che la definizione di “kimono” non è molto appropriata, in quanto la stessa si traduce dal giapponese all’italiano in “vestito”.

Jigoro Kano, Funakoshi ed il bianco del “Kara-te”

Il M° Funakoshi ebbe il suggerimento del fondatore del judo M°Jigoro Kano, il quale lo esortò ad utilizzare la stessa tenuta d’allenamento (keikogi).

Funakoshi per l’occasione si cucì con le sue mani la tenuta, secondo le necessità del momento.

Ma perché il karategi é di colore bianco?

keiogi crossoversport.it

Il colore bianco che in Giappone è adottato per il lutto fu da subito all’attenzione del M° Funakoshi che in quel particolare momento stava cercando di dare al karate un’immagine di arte del budo.

Decise così di abbinare il bianco della sua uniforme in virtù di quanto segue: chi si apprestava a praticare il karate  doveva prima “uccidere il suo ego”, ed anche da qui il perché di “kara-te”, cioé “mano vuota”, che simboleggia il fatto di essere privi di cattive intenzioni e di egoismo.

Il keiogi oggi

Oggi nella pratica quotidiana del karate il keikogi è scelto secondo consigli stilistici di moda: tanti fanno sfoggio sopra il loro uwagi di un marchio sportivo famoso o quello di un maestro di karate particolarmente noto.

Nella scelta della misura e della lunghezza seguono alcune indicazioni date, molto spesso, da un regolamento arbitrale che ne stabilisce il colore, la lunghezza delle maniche della giacca (yuki) e dei pantaloni, oltre al distintivo di appartenenza (mon).

Molti praticanti indossano il keikogi come si indossa un qualsiasi abito occidentale tagliato e cucito per esaltare le linee del corpo.

Il keikogi dovrebbe essere esclusivamente una tenuta d’allenamento, l’abito infatti esprime, secondo la tradizione orientale, uno spazio interno libero tra il corpo e la stoffa.

Una tenuta d’allenamento e da gara per dare al movimento del fisico un senso di fluidità e ondeggiamento fino a fondersi con il tessuto stesso.

Un praticante, sia maschio che femmina, che indossa nel modo corretto il keikogi, visto da dietro non dovrebbe mostrare nessuna differenza nei lineamenti corporei.

Solamente attraverso le movenze dell’atleta si può percepire una sottile differenza tra maschio e femmina.

Questa foggia particolare serve per annullare, sia nel maschio che nella femmina che lo indossa, l’aspetto sensuale del vestire occidentale, tralasciando la facciata esterna (omote) che occorre per esaltarne le forme fisiche.

Il keikogi si presta a celebrare la bellezza interiore (ura), la parte nascosta e spirituale della pratica, mantenendo inalterata la praticità dei movimenti, che comunque deve essere messa prima di ogni altra cosa.

Ciro Varone

 

Foto raccolte da:

 

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